Il cavaliere pazzo e altre poesie

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Gilbert Keith Chesterton
Il cavaliere pazzo
e altre poesie

Immagine sopra: Texas Bluebonnets and Longhorns di Lilli Pell.
Traduzione di Giulio Mainardi.
Tutti i diritti riservati.

* * *

NOTA DEL TRADUTTORE E COMMENTATORE

Sono ben note la scarsa simpatia di Chesterton nei confronti del verso libero e la sua predilezione (non solo di gusto personale, ma filosoficamente fondata) per le forme chiuse della poesia tradizionale: “il verso libero […] non è un nuovo metro più di quanto dormire in un fosso sia una nuova scuola architettonica” (Ghiribizzi contro mode); “Il metro è più naturale del verso libero; perché ha in sé più del movimento della natura, e le curve del vento e dell’onda” (L’uomo comune).
Per venire incontro al pensiero dell’autore, ho scelto di tradurre quest’opera in modo che, anche in italiano, il testo fosse pienamente poetico, e, pur nelle difficoltà dell’impresa, in qualche modo rispondente alla forma inglese utilizzata dall’autore. Questo è stato fatto prestando particolare attenzione ai due principali elementi che, nella nostra lingua, definiscono la poesia: la metrica e le rime. Ho scelto qui di dare particolare risalto alle rime, a scapito della metrica: il risultato è che tutte le rime originali sono state mantenute anche in italiano, mentre la metrica si limita, la maggior parte delle volte, alla conta delle sillabe del verso. Solo in una decina di casi sono riuscito a tradurre l’intero testo con gli accenti interni disposti conformemente ai metri canonici italiani.
Mi sono mantenuto massimamente fedele al testo originale, ma talvolta, per evidenti ragioni linguistiche, si è reso necessario cambiare alcune parole o parafrasare certe espressioni per adattarle alla forma scelta. Le variazioni non intaccano comunque mai il senso originario; tuttavia, volendo venire incontro anche al lettore che fosse animato da intento filologico, è sempre fornito il testo originale a fronte.
Al lettore è offerto in appendice un elenco dettagliato dei metri utilizzati per la traduzione.

Le citazioni bibliche individuate dalle note a piè di pagina possono talvolta, al lettore italiano, apparire un po’ sforzate, o pure coincidenze: in realtà, nel testo inglese, la loro presenza è facilmente dimostrabile, poiché in questi casi l’autore utilizza quasi sempre le stesse esatte parole della cosiddetta bibbia di re Giacomo, la traduzione inglese più famosa, versione ufficiale della Chiesa anglicana.

[…]

L’edizione di riferimento è stata la London, Dent; New York, Dutton del 1914.

Nel tradurre Il cavaliere pazzo ho passato un tempo lunghissimo a lavorare su ogni singolo verso, a soppesare ogni sillaba, a valutare, come in un gioco enigmistico, centinaia di possibili combinazioni, fino a individuare quell’unico incastro che soddisfacesse la forma metrica rendendo appieno giustizia, sotto il profilo contenutistico e quello estetico, all’intento e alla perizia del poeta.
Spero che non sembri un vanto (al contrario: è semmai confessione di lentezza, seppur di dedizione), ma temo di aver impiegato più tempo a tradurre queste poesie di quanto ne sia servito all’autore per scriverle.
Nel passare così tanti momenti a stretto contatto con un testo, ho inevitabilmente avuto modo di apprezzarne aspetti diversi e minori, di vederne sfaccettature che magari, a una lettura frettolosa, sarebbero sfuggite. Ho così deciso di scrivere alcuni commenti, laddove pensavo di poter offrire al lettore, specialmente se non avvezzo a Chesterton, dettagli e considerazioni interessanti.
Si tratta di scritti di lunghezza e natura alquanto eterogenee: talvolta semplici osservazioni, talaltra analisi più ampie; ad ogni modo, ho cercato di essere sintetico e di non disturbare troppo la lettura con la mia presenza ingombrante.
Metto qui in chiaro che non ho alcuna autorità accademica, né l’ampio bagaglio di conoscenze che sarebbe necessario per rendere giustizia a un autore come questo, e le mie osservazioni sono dunque da considerarsi alla stregua di un’interpretazione personale; le mie uniche nozioni sono quelle che derivano dall’aver letto molte opere di questo autore.
Nell’invitare ad avvicinarsi al mio commento, sono consapevole di espormi al rischio che vi si scoprano degli strafalcioni; nelle mie intenzioni non c’è tuttavia la pretesa di dare una spiegazione completa e definitiva, quanto la volontà di fornire al lettore spunti e suggerimenti per ulteriori analisi e sviluppi più approfonditi.

Giulio Mainardi

PREFAZIONE

Il cavaliere pazzo e altre poesie rappresenta, insieme ai versi infantili di Burloni barbagrigia, l’esordio letterario di Gilbert Keith Chesterton, e, in particolare, l’inizio della sua felice e prolifica carriera di poeta.
I testi si presentano generalmente piuttosto semplici e la raccolta mostra una forte coesione: tra un componimento e l’altro ritornano spesso immagini, concetti e argomenti (la lode per le bellezze del mondo, l’esaltazione della donna, il tema religioso), e persino le stesse rime (nod – god – trod, scars – stars – wars); il tono è variegato ma prevalentemente allegro e sono frequenti le citazioni bibliche, mentre, rispetto alle sue poesie successive, sono scarsi i riferimenti alla contemporaneità dell’autore. Sebbene il significato generale dei singoli testi sia sempre facilmente comprensibile, la semplicità sintattica e formale talvolta si accompagna a riferimenti e simbolismi non immediatamente decifrabili, frutto non di una ricerca artificiosa ma di una scrittura molto spontanea e quindi personale; la stessa spontaneità da parte del poeta può essere vista nell’uso sincero e naturale che fa a volte di espressioni e termini d’intonazione tipicamente solenne e letteraria.
In queste pagine l’autore mostra la sua profonda bravura nel riuscire a coniugare l’immediatezza del mezzo espressivo alla profondità del contenuto, realizzando poesie di grande intensità e bellezza (ricordiamo tra le altre Dal bambino non-nato, Foglie d’oro, L’albero umano), già degne di stare a fianco dei migliori componimenti della sua maturità. Lungi dal risultare incongrui, la forma tradizionale, il linguaggio semplice e le rime accentuano l’emozione del lettore nel trovarsi faccia a faccia con verità vivide e sorprendenti.
Tuttavia, è forse proprio per la sua semplicità esteriore che questa raccolta viene spesso ingiustamente trascurata, benché la sua presenza nella vita e nel pensiero di Chesterton sia fondamentale.
Le poesie furono composte in un periodo di profondissima crisi spirituale dell’autore, e rappresentano il suo viscerale e fruttuoso tentativo di uscire dalla spirale dello scetticismo per riappropriarsi delle bellezze della terra, prima ancora che del cielo. Si scorgono i segni della battaglia: qui Chesterton ha riversato in modo immediato, quasi istintivo, le sue convinzioni più basilari, le pieghe più centrali della propria anima. Come queste pagine rappresentano l’inizio travagliato e il fondamento della sua lunghissima e articolata riflessione filosofica, così dal punto di vista artistico costituiscono l’ossatura di gran parte del suo successivo immaginario, marcatamente poetico anche nella prosa. Innumerevoli volte, nelle sue opere successive, si trovano esposti e sviluppati concetti che qui hanno il loro germe; in modo più evidente, tantissime volte l’autore richiamerà o tornerà a utilizzare, quasi senza variazioni, immagini e metafore concepite per la prima volta in questi versi.
Vale la pena di citare qualche esempio. In Tremende bazzecole, l’autore rievoca una sua fantasia infantile di un uomo che gira continuamente su sé stesso per cogliere la verità che si cela alle sue spalle (e forse è per questo che il mondo gira): questa è l’idea sviluppata in Dietro, qui a pag. 129. La sorprendente metafora della luna come l’occhio di un ciclope, ne L’imputato, è già nel primo verso de La fine della paura, pag. 131. Nel suo capolavoro, Ortodossia, Chesterton manda un brivido nella schiena del lettore con l’immagine dei cieli fatti di fragile cristallo, che Dio potrebbe lasciar cadere schiantandoli in pezzi. Questa immagine è espressa nei versi 17-19 de Il pessimista, pag. 173. E sempre in Ortodossia è l’immagine dell’universo scosso da un riso troppo forte perché noi possiamo udirlo. Questa è la precisa conclusione di Un ritratto, pag. 181.
È significativo rilevare anche come, nell’ultimo capitolo della sua Autobiografia (pubblicata postuma), nel tirare un po’ le fila della propria vita, Chesterton richiami esplicitamente, della sua sconfinata produzione, proprio due immagini dalle poesie di questa raccolta: a rivelare, pur nel riconoscimento della grande distanza percorsa, quanto fosse ancora vivo e centrale nell’autore il ricordo di quel piccolo punto di partenza, così lontano eppure così vicino.

Giulio Mainardi

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Il cavaliere pazzo e altre poesie

NOTA

Rendo i dovuti ringraziamenti agli editori di The Outlook e The Speaker per avermi gentilemente concesso di ristampare un numero considerevole delle seguenti poesie. Esse sono state scelte e disposte secondo una prospettiva di unità di spirito piuttosto che di tempi o di valore; molte di esse sono infatti giovanili.

NOTA INTRODUTTIVA

Lascio questi versi così come sono, benché contengano innumerevoli esempi di quelli che adesso vedo essere errori letterari, oltre ad uno o due esempi di quelli che sono giunto a considerare errori d’opinione. Ma questi versi non hanno mai avuto alcun grande merito a parte la genuinità, e non desidero rovinarla mescolando due periodi diversi della mia vita. Ho cambiato opinione su due precisi argomenti qui incarnati in versi; e se li menziono non lo faccio per egotismo, ma solo per onestà.
Riguardo alla “alleanza anglo-americana”, mi sono accorto che le nostre speranze di fratellanza con l’America sono dello stesso genere delle nostre speranze di fratellanza con qualunque altra grande nazione indipendente della cristianità. E uno studio storico davvero breve è stato sufficiente per mostrarmi che la nazione degli Stati Uniti, che è vecchia di un centinaio d’anni, è almeno cinquant’anni più vecchia della razza anglosassone.
Riguardo invece al caso Dreyfus, pur non essendo stato in grado di giungere ad alcuna conclusione finale sul giudizio dell’individuo, sono giunto abbondantemente ad attribuire la difficoltà di fare ciò all’acre e irrazionale unanimità della stampa inglese. La mia posizione può essere approssimativamente così riassunta: potrebbe esserci stata una nebbia d’ingiustizia nei tribunali francesi; di sicuro c’è stata una nebbia d’ingiustizia nei giornali inglesi. Per il resto, ci sono versi che non posso prendere così seriamente da doverli alterare. L’uomo che li scrisse era sincero; e aveva le stesse idee basilari che ho io. A parte questo, nessuno ha l’obbligo di leggere il libro; io senza dubbio prego di esserne esentato.

Battersea, 1905               G. K. C.


Another tattered rhymster in the ring,
With but the old plea to the sneering schools,
That on him too, some secret night in spring,
Came the old frenzy of a hundred fools

To make some thing: the old want dark and deep,
The thirst of men, the hunger of the stars,
Since first it tinged even the Eternal’s sleep,
With monstrous dreams of trees and towns and wars.

When all He made for the first time He saw,
Scattering stars as misers shake their pelf.
Then in the last strange wrath broke His own law,
And made a graven image of Himself.


Un altro cencioso poetastro nell’arena,
sol con vecchie preci alle scuole deridenti,
cui, una notte a primavera, sulla schiena
cadde l’antica frenesia di folli menti

di far qualcosa: scuro e fondo arcan desio,
la sete d’uomini, la fame delle stelle,
sin dacché tinse il sonno dell’Eterno Dio
con mostruosi sogni d’alberi, urbi e procelle.

Quando creò tutto, di colpo gli astri S’accorse
di sparger come avaro agita il possesso.
Indi in strana ultim’ira la Sua legge torse
e fece un’imago scolpita di Sé stesso.



BY THE BABE UNBORN

If trees were tall and grasses short,
As in some crazy tale,
If here and there a sea were blue
Beyond the breaking pale,

If a fixed fire hung in the air
To warm me one day through,
If deep green hair grew on great hills,
I know what I should do.

In dark I lie: dreaming that there
Are great eyes cold or kind,
And twisted streets and silent doors,
And living men behind.

Let storm-clouds come: better an hour,
And leave to weep and fight,
Than all the ages I have ruled
The empires of the night.

I think that if they gave me leave
Within that world to stand,
I would be good through all the day
I spent in fairyland.

They should not hear a word from me
Of selfishness or scorn,
If only I could find the door,
If only I were born.


DAL BAMBINO NON-NATO

Se fossero alti gli alberi e bassa l’erba
come in un racconto scervellato,
se qui e anche laggiù un mare fosse blu
oltre il limite stretto e sensato,

se pendesse in cielo incastonato un fuoco
me lungo un sol giorno a riscaldare,
se crescesse su gran colli un verde pelo,
so che cosa allora dovrei fare.

Nel buio giaccio: sognando che ci siano
occhi enormi, freddi o comprensivi,
e strade ingarbugliate, e porte silenti,
e dietro queste uomini vivi.

Vengan nubi di tempesta: meglio un’ora,
e licenza di pianti e di lotte,
rispetto a tutte le ere in cui ho regnato
sopra i neri imperi della notte.

Io penso che se mi dessero il permesso
di fare in quel mondo due gambate,
sarei buono lungo tutta la giornata
che passai nel paese delle fate.

Non sentiranno da me parola alcuna
che mi mostri egoista od ingrato,
se solo potessi trovare la porta,
se solo potessi essere nato.


Commento

In primissima posizione, dopo la poesia introduttiva, troviamo quello che è verosimilmente il testo preminente di questa raccolta.
Il primo verso, con il tipico stilema chestertoniano del “capovolgimento”, cattura subito l’attenzione nel mettere di fronte al lettore, come un’ipotesi fantastica, quello che, fino a un istante prima, non era che un banale dato della realtà. I più scontati fatti del mondo sono incredibili prodigi per chi potrebbe non vedere la luce, e i quattro distici delle prime due strofe, col loro ritmo lento e cadenzato, risultano toccanti nell’elencare le strane bellezze che così spesso trascuriamo. Gli alberi, la vividezza dei colori, il sole come fuoco sospeso nel cielo, la vita dell’erba: tutte immagini che Chesterton tornerà a riutilizzare mille volte nelle sue opere, come simboli della necessità di aprire gli occhi, di essere grati e stupefatti di fronte all’esistenza.
Il v. 9 ci dà il primo dettaglio sulla condizione del protagonista: egli giace nell’oscurità, e sogna. Mentre i vv. 1-8 trattavano solo della realtà inanimata o vegetativa, la terza strofa introduce il mistero della vita senziente, delle persone: gli esseri umani, come creature arcane la cui vita si conduce dietro porte chiuse. Nel popolare all’improvviso questo mondo fantasticato di altri esseri autocoscienti, autonomi e pensanti, forse pericolosi o forse gentili, questi versi evocano un istintivo sentore di romanzo, di avventura.
Le strofe quarta e quinta mostrano chiaramente il secondo livello di lettura della poesia; a quello più semplice e strettamente materiale, del bambino non nato ma concepito (che, sebbene possa non vedere la luce, di fatto si trova già nel mondo), si affianca e compenetra quello più filosofico dell’essere non creato. Questo non è nemmeno un’anima disincarnata, un’entità spirituale; è un nulla, un mero concetto intellettuale: con un felice artificio poetico, l’autore dà la parola a un essere che esiste solo come possibilità logica all’interno di Dio. Le “ere”, gli “imperi della notte”, evocano una dimensione sconfinata, ma avvolta in una tenebra immutabile, di fatto aspaziale e atemporale (le ere del v. 15 diventano un giorno nel v. 19): un non-luogo metafisico, iperuranio di pura logica, anteriore all’esistenza. A conferma di ciò, l’autore chiama questa non-esistenza “paese delle fate”: in Chesterton una delle varie connotazioni delle fate e del loro regno è proprio quella di creature astratte e matematiche, non induttive (come si addice al mondo della materia) ma puramente deduttive (come si addice a un mondo di astratta razionalità); ne scriverà in un celebre capitolo di Ortodossia: “Noi abitanti del paese delle fate […] siamo le più razionali tra tutte le creature”, “La fredda ragione lo dichiara dal suo tremendo trono: e noi del paese delle fate ci sottomettiamo”.
Non c’è una contrapposizione tra i due livelli di lettura, né l’uno si annulla nell’altro; piuttosto, sono entrambi presenti (sebbene il primo forse in misura minore) e, pur nella diversità concettuale dietro alla somiglianza di forme e immagini, si sostengono a vicenda. Chesterton tocca corde profonde nell’animo umano scegliendo l’embrione d’uomo, indifeso e implorante al centro di un gelido pelago di oscurità, come simbolo dell’essere che non esiste ma vorrebbe, e, in quanto tale, dimostra l’insormontabile abisso che separa le cose dal nulla, l’abnorme, incomprensibile e immeritato dono della vita; ma con questa immagine l’autore ci ricorda anche di quegli umani che già esistono e che rischiano di essere uccisi prima ancora di nascere, bambini microscopici, invisibili ma vivi e viventi: le creature più indifese di tutte.
L’ultimo verso presenta una difficoltà nella traduzione a causa di una peculiarità della lingua inglese. In inglese per dire “nascere” non esiste un verbo vero e proprio, ma si usa una costruzione passiva, corrispondente sintatticamente all’italiano “essere generato” o “essere messo al mondo”; queste traduzioni tuttavia, per il loro carattere meno spontaneo, faticano a rendere la commovente semplicità del testo originale. La costruzione passiva del verbo conclude magistralmente la poesia, nel lanciare fuori dal protagonista, come un grido nel buio, la necessità di un aiuto dall’esterno. L’uomo non può darsi la vita da solo: e invoca una forza sconosciuta perché venga a salvarlo.
Il terzo livello di lettura della poesia, facilmente intuibile ma comunque chiaro alla luce dell’Autobiografia dell’autore, è allegorico: l’embrione nella notte come metafora dello scettico e solipsista, che sogna il mondo, lo vede ma lo vorrebbe vero. L’uomo che non può credere a nulla, angosciato, ontologicamente scisso da ogni cosa che non sia la sua stessa autocoscienza, nel perdere tutto riconosce il valore di tutto, il mistero indissolubile che avvolge ogni cosa (“non possiamo conoscere nulla finché non conosciamo il nulla”, Eretici). Nello scoprire di essere incapace di qualunque azione, egli si rende conto di essere come un essere non creato, un germe di vita incapace di distinguere il sonno dalla veglia, incapace di uscire da sé stesso, isolato in un’infinità di sofferenza: agonia che l’autore conosceva bene, per averla vissuta egli stesso: “Le stelle saranno solo dei punti nella nerezza del suo cervello; il viso di sua madre sarà solo una bozza disegnata dalla sua matita impazzita sui muri della sua cella” (Ortodossia). I grandi occhi del v. 9, così, forse non sono più da leggersi soltanto come occhi di uomini, ma anche come occhi di entità spirituali, che, se esistono là fuori, sono le sole che potrebbero venirgli in aiuto; e Dio stesso è spesso simboleggiato dall’occhio della Provvidenza. L’uomo che si scopre scettico cancella la storia: e, incapace di tornare con la memoria (strumento fra l’altro inefficace) alla propria nascita, si domanda persino se non sia esistito da sempre (si veda l’incipit dell’Autobiografia), se non sia egli stesso il Creatore: ma un creatore ben misero, signore solo di tenebre perenni e incapace di spiegare sé stesso. Nasce così la disperata preghiera di chi si vede condannato a un’eternità di solitudine.
Questa sublime poesia rimane come testimonianza di un momento della vita dell’autore. Il canto all’incomprensibile esistenza, l’accostamento di immagini dure di lotte e pianti con la commovente tenerezza della preghiera, la molteplicità dei livelli di lettura, l’istintiva solidarietà per un bambino privo d’ogni aiuto, la semplicità espressiva, la forza dei versi e l’emozione che generano, ne fanno, a parer mio, uno dei testi più belli di Chesterton.


THE WORLD’S LOVER

My eyes are full of lonely mirth:
Reeling with want and worn with scars,
For pride of every stone on earth,
I shake my spear at all the stars.

A live bat beats my crest above,
Lean foxes nose where I have trod,
And on my naked face the love
Which is the loneliness of God.

Outlawed: since that great day gone by—
When before prince and pope and queen
I stood and spoke a blasphemy—
‘Behold the summer leaves are green.’

They cursed me: what was that to me
Who in that summer darkness furled,
With but an owl and snail to see,
Had blessed and conquered all the world?

They bound me to the scourging-stake,
They laid their whips of thorn on me;
I wept to see the green rods break,
Though blood be beautiful to see.

Beneath the gallows’ foot abhorred
The crowds cry ‘Crucify!’ and ‘Kill!’
Higher the priests sing, ‘Praise the Lord,
The warlock dies’; and higher still

Shall heaven and earth hear one cry sent
Even from the hideous gibbet height,
‘Praise to the Lord Omnipotent,
The vultures have a feast to-night.’


L’AMANTE DEL MONDO

Gli occhi miei son pieni di solitario spasso:
di desio ebbro, di cicatrici consunto,
orgoglioso e fiero d’ogni terrestre sasso,
la mia lancia scuoto e ver le stelle la punto.

La cresta un pipistrel1 mi batte spronatore,
snelle volpi fiutano dove passo io,
e sul mio volto nudo fiorisce l’amore
il quale è la solitudine di Dio.

Fuorilegge: dacché trascorse quel gran giorno…
quando di fronte a prence e papa e regia moglie
mi rizzai in piedi e bestemmiai senza contorno:
«Guardate che d’estate son verdi le foglie2».

Mi maledissero: cos’era quel per me
che in quella tenebra estiva ravvolto invero,
con da guardar solo gufo e chiocciola, affé,
avevo benedetto e preso il mondo intero?

Per fustigarmi mi legarono ai sostegni,
di spine su me calaron sferza e flagello;
piangevo a vedere rompersi i verdi legni,
nonostante il sangue da vedere sia bello.

Sotto i piedi del patibolo abominato
gridavan turbe: «Crocifiggi!» e «Fallo fuora!».
Cantavan più alto i preti: «Dio sia lodato,
lo stregone muore»; e più alto pure ancora

udranno e cielo e terra un grido proveniente
fin dall’altezza atroce dei nodi scorsoi
sulla forca: «Lode al Signore onnipotente,
questa notte banchetteranno gli avvoltoi».


1 – Gioco di parole intraducibile: Chesterton scrive di un live bat, un “pipistrello vivo”: tuttavia in inglese bat significa anche “mazza”, e dunque il pipistrello è anche una “mazza viva” che lo colpisce sulla testa.
2 – Vero e proprio “tormentone” chestertoniano, il colore verde delle foglie, preso come simbolo di una verità evidente ma minacciata, ritorna, già a partire da questa stessa raccolta (Ecclesiaste, pag. 69, v. 1; Femina contra mundum, pag. 183, vv. 3-4), in gran parte della produzione dell’autore. Celebre la frase nella conclusione di Eretici: “Spade saranno sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi d’estate.”.


THE SKELETON

Chattering finch and water-fly
Are not merrier than I;
Here among the flowers I lie
Laughing everlastingly.
No: I may not tell the best;
Surely, friends, I might have guessed
Death was but the good King’s jest,
It was hid so carefully.


LO SCHELETRO

I plecotteri e i garruli fringuelli
più di me non son gai né riderelli;
io giaccio qui tra i fiori ed i fuscelli
a ridacchiare ognora eternamente.
No: del meglio non posso pur parlare;
certo, amici, potevo indovinare,
colla morte il buon Re volea scherzare,
celato era sì accuratamente.


Commento

L’ultimo verso, che al primo sguardo appare del tutto controintuitivo, probabilmente non va letto come motivazione del v. 6, ma come contraltare, divertito ripensamento e ammirazione per un indovinello costruito con acume di giallista: “Certo, potevo indovinare, però è anche vero che… era nascosto davvero bene”.
C’è, nel riso dello scheletro, la firma di un Dio artefice giocoso (si veda in particolare Il pesce, pag. 77). Il teschio, celato dalla carne, è un segreto (e l’involucro di un mistero ulteriore: la calotta cranica è infatti “l’unica e inconfondibile curva che racchiude il mistero della ragione”, Gli alberi dell’orgoglio); ma si tratta di un segreto gioioso: la schietta, tenera e insopprimibile verità che, se qualcosa è morto, ciò può solo significare che è stato vivo (“[…] il teschio e tibie, il memento mori. Non servono solo a ricordarci della vita futura, ma anche a ricordarci della vita presente”, Uomovivo). E, come ben scriveva l’autore ne L’imputato, “per quanto la mia faccia possa essere adombrata da una fosca vanità, o da una vendetta volgare, o da uno spregevole disprezzo, le ossa del mio teschio al di sotto ridono per sempre”.


A CHORD OF COLOUR

My Lady clad herself in grey,
That caught and clung about her throat;
Then all the long grey winter day
On me a living splendour smote;
And why grey palmers holy are,
And why grey minsters great in story,
And grey skies ring the morning star,
And grey hairs are a crown of glory.

My Lady clad herself in green,
Like meadows where the wind-waves pass;
Then round my spirit spread, I ween,
A splendour of forgotten grass.
Then all that dropped of stem or sod,
Hoarded as emeralds might be,
I bowed to every bush, and trod
Amid the live grass fearfully.

My Lady clad herself in blue,
Then on me, like the seer long gone,
The likeness of a sapphire grew,
The throne of him that sat thereon.
Then knew I why the Fashioner
Splashed reckless blue on sky and sea;
And ere ’twas good enough for her,
He tried it on Eternity.

Beneath the gnarled old Knowledge-tree
Sat, like an owl, the evil sage:
‘The World’s a bubble,’ solemnly
He read, and turned a second page.
‘A bubble, then, old crow,’ I cried,
‘God keep you in your weary wit!
‘A bubble—have you ever spied
‘The colours I have seen on it?’


UN ACCORDO DI COLORI

La mia Signora si ammantò tutta di grigio
che intorno alla sua gola s’avvolgea aderente;
e quindi in tutto l’invernal lungo die bigio
uno splendor dentro di me colpì vivente;
e il perché è così santo il grigio pellegrino,
e i duomi grigi sono grandi in ogni storia,
e cinge un grigio ciel la stella del mattino,
e i capei grigi una corona son di gloria1.

La mia Signora sé di verde rivestì,
come la campagna dal vento attraversata;
del mio spirito i dintorni si sparsero di,
mi parve, uno splendor d’erba dimenticata.
Quel che da stelo pende o sbuca allor da scavo
come smeraldi può accantonarsi in tesori;
ad ogni cespuglio mi inchinavo, ed andavo
in mezzo all’erba viva pieno di timori.

La mia Signora coprì e cinse sé di blu,
quindi in me, come nel vate da tanto andato,
una parvenza di zaffiro sempre più
crebbe, il tron di Colui che vi sedeva elato2.
Seppi quindi perché l’Artefice divino
schizzò così irruento blu su cielo e mare;
pria che per lei fosse abbastanza buono e fino
Egli sull’Eternità vollelo provare.

Sotto il nodoso Albero della conoscenza
il saggio malvagio, come un gufo, sedeva:
«Il mondo è una bolla» solenne la sentenza
lesse, e alla seconda pagina volgeva.
«Una bolla, dunque, vecchio corvo» gridai,
«Che Dio ti conservi i motteggi esausti e tristi!
Una bolla – ma tu hai forse scorto mai
i colori che io sopra di quella ho visti?».


1 – Citazione biblica (Proverbi 16,31): “Gloriosa corona è la canizie, ed essa si trova sulla via della giustizia.”.
2 – Riferimento al profeta Ezechiele (Ezechiele 1,26.10,1): “Sopra il firmamento che era sulle loro teste apparve come una pietra di zaffiro in forma di trono e su questa specie di trono, in alto, una figura dalle sembianze umane. […] Io guardavo ed ecco sul firmamento che stava sopra il capo dei cherubini vidi come una pietra di zaffìro e al di sopra appariva qualcosa che aveva la forma di un trono.”; l’immagine era già presente in Esodo 24,10.


THE HAPPY MAN

To teach the grey earth like a child,
To bid the heavens repent,
I only ask from Fate the gift
Of one man well content.

Him will I find: though when in vain
I search the feast and mart,
The fading flowers of liberty,
The painted masks of art.

I only find him at the last,
On one old hill where nod
Golgotha’s ghastly trinity—
Three persons and one god.


L’UOMO FELICE

Per istruir come un bimbo il mondo grigio,
per invitare al pentimento
i cieli, richiedo appena al Fato il dono
di un solo uomo ben contento.

Lo troverò: benché invano notomizzi
berlenghi e mercantesche carte,
i fiori svanenti della libertà,
le tinte maschere dell’arte.

Riesco a trovarlo solo alla fine, dove
fa cenno su un colle stantio
la terrificante trinità del Golgota:
tre persone e un unico dio.



THE UNPARDONABLE SIN

I do not cry, beloved, neither curse.
Silence and strength, these two at least are good.
He gave me sun and stars and ought He could,
But not a woman’s love; for that is hers.

He sealed her heart from sage and questioner—
Yea, with seven seals, as he has sealed the grave.
And if she give it to a drunken slave,
The Day of Judgment shall not challenge her.

Only this much: if one, deserving well,
Touching your thin young hands and making suit,
Feel not himself a crawling thing, a brute,
Buried and bricked in a forgotten hell;

Prophet and poet be he over sod,
Prince among angels in the highest place,
God help me, I will smite him on the face,
Before the glory of the face of God.


IL PECCATO IMPERDONABILE

Io non piango, tesoro, né impreco con ria parola.
Silenzio e forza, questi due almeno sono buoni.
Egli mi diede il sole e le stelle e tutti i Suoi doni,
ma non l’amor d’una donna; ché quello è di lei sola.

Egli ha sigillato il suo cuore dal saggio e ’l chiedente…
sì, con sette sigilli, qual la tomba l’ha serrato.
E s’ella lo donasse ad uno schiavo alcolizzato,
il giorno del giudizio non potrà imputarle niente.

Solo questo: se qualcuno, che pur l’ha meritato,
toccando le snelle mani e la corte a te facendo,
non si sente un essere strisciante, un bruto orrendo,
sepolto e murato in un inferno dimenticato;

profeta e poeta sia sulla terra eminentissimo,
sia egli principe tra gli angeli nel sommo eliso,
Dio m’aiuti, lo colpirò con forza dritto in viso,
dinanzi alla gloria del santo volto dell’Altissimo.



A NOVELTY

Why should I care for the Ages
Because they are old and grey?
To me, like sudden laughter,
The stars are fresh and gay;
The world is a daring fancy,
And finished yesterday.

Why should I bow to the Ages
Because they were drear and dry?
Slow trees and ripening meadows
For me go roaring by,
A living charge, a struggle
To escalade the sky.

The eternal suns and systems,
Solid and silent all,
To me are stars of an instant,
Only the fires that fall
From God’s good rocket, rising
On this night of carnival.


UNA NOVITÀ

E perché preoccuparmi delle Ere
col motivo che son grigie e obsolete?
A me, come un’improvvisa risata,
le stelle paiono fresche e liete;
il cosmo è un’ardita fantasia,
sol ieri finita e posta in quiete.

E perché genuflettermi alle Ere
col dato che fur cosa arsa ed oscura?
Gli alberi lenti e i prati maturanti
van per me con ruggente andatura,
una carica viva, un assalto
per scalare le celesti mura.

Gli eterni soli e i sistemi stellari
solidi tutti e in silenzio abissale,
per me non son che astri d’un istante,
i fuochi in caduta mercuriale
dal buon bengala di Dio, che s’alza
in questa notte di carnevale.


Commento

Questa poesia, ricca di spunti, colpisce per come riesca ad esprimere con icastica semplicità importanti principî filosofici.
Iniziamo dalla prima strofa. L’età e la vastità del cosmo possono sconcertare l’uomo; ma, come ogni oggetto fisico, per quanto immane, può essere considerato piccolo (si veda il commento a Il Santo dei santi, pag. 136), così ogni cosa creata, per quanto incommensurabilmente antica, può sempre essere detta giovane. L’estensione temporale finita, così come l’estensione spaziale finita, è sempre una questione di prospettiva: e a prescindere dalla sua grandezza o piccolezza, si trova sempre al centro degli estremi opposti dell’infinito e del nulla, e non può mai varcare gli abissi che da essi la separano. L’autore scorge però nel firmamento un dato ulteriore: la vibrante evidenza dell’accidentalità. La conformazione fisica del cosmo non è necessaria (come potrebbe invece esserlo la sua conformazione logico-matematica); e nell’accidentalità Chesterton scopre un elemento di arbitrarietà: la deliberata scelta di un Creatore. È d’obbligo a questo punto citare un passo di Ortodossia: “tutto il mondo moderno parla di fatalismo scientifico, dicendo che ogni cosa è come deve essere sempre stata, essendosi sviluppata senza imperfezioni dall’inizio. La foglia sull’albero è verde, e non avrebbe potuto essere diversamente. Ora, il filosofo delle fiabe è contento che la foglia sia verde precisamente perché avrebbe potuto essere scarlatta. Ha l’impressione che sia diventata verde un istante prima che la guardasse. […] Ogni colore ha in sé una qualità audace come di una scelta […] Il filosofo delle fiabe sente che qualcosa è stato fatto.”. La realtà contingente esiste così perché qualcuno lo ha voluto.
La seconda strofa ci fa abbassare gli occhi dal cielo alla terra, e ci mostra, come in una ripresa accelerata, uno spettacolo sconvolgente: la potenza soverchiante, potremmo quasi dire tiranide, dell’evoluzione: una forza divorante e implacabile, che l’autore rende magistralmente con l’immagine dei ciechi vegetali che, animati da una forza inconsapevole, come novelli titani danno la scalata al cielo (il cielo come mura-glia in Glencoe in Poesie; Satana scala il cielo ne L’aristocratico, pag. 309, v. 7). Così l’erba ruggisce alla volta delle stelle (L’albero umano, pag. 119, vv. 13-14); così “tutta la natura è cavalleresca e militante. Facciamo male a cercare la pace nella natura; dovremmo piuttosto cercarci il più nobile genere di guerra; e vedere tutti gli alberi come verdi stendardi” (Tremende bazzecole). La vita è una battaglia, perché nulla in essa viene per scontato.
Le prime due strofe, con la loro apertura interrogativa e l’identica struttura, poggiano entrambe sul medesimo principio: nello smentire con semplice razionalità la filosofia che – puntando più sulla percezione emotiva che sulla dimostrazione intellettuale – ci vuole esseri derelitti in un cosmo enorme e alieno, un angosciante e incomprensibile ingranaggio, questi versi rivelano gioiosamente la sublime noncuranza dell’uomo, l’essere autocosciente e pensante che ammira la tremenda maestà dell’universo ma non si inchina ad essa: perché “la natura non è nostra madre: la natura è nostra sorella” (Ortodossia).
L’ultima strofa torna ad alzare gli occhi al cielo, e dicendo, quasi di sfuggita, che le innumerevoli galassie non sono che “astri di un istante”, fa improvvisamente slittare l’attenzione del lettore, dai miliardi di anni e di chilometri sul groppone del cosmo, ai giorni incogniti che attendono l’universo: perché se è emozionante la vastità di ciò che è stato, è ancora più emozionante la vastità di ciò che ancora deve accadere. Perché il passato, per quanto ampio, è solo uno: ma i futuri sono infiniti. L’autore riprenderà l’immagine conclusiva in Eretici: “L’eternità è la vigilia di qualcosa. Non alzo mai lo sguardo alle stelle senza sentire che sono i fuochi del razzo di uno scolaro, fissi nella loro caduta perenne.”.
Volendo, in questo testo si potrebbero scorgere ombre dell’assillante problema dello scetticismo, l’ipotesi dei cinque minuti di Russell, l’onfalismo o suggestioni scorsogiovedistiche; ma a parer mio ciò è poco probabile. Io credo che qui il giovane Chesterton voglia mostrarci solo una semplice e sorprendente verità: ovvero che, per quanto a volte possano apparirci algide e remote, le stelle sono più simili a noi che all’eternità.


ULTIMATE

The vision of a haloed host
That weep around an empty throne;
And, aureoles dark and angels dead,
Man with his own life stands alone.

‘I am,’ he says his bankrupt creed:
‘I am,’ and is again a clod:
The sparrow starts, the grasses stir,
For he has said the name of God.


FINALE

La visïon d’un aureolato stuolo
che piange e plora intorno a un tron svuotato;
e, adombrati i nimbi e morti gli angeli,
con la sua vita l’uom s’erge isolato.

«Io sono», ei pronuncia il suo fallito
credo: «Io sono», ed è di nuovo suolo:
balzano i passeri, l’erba si scuote,
perché egli ha detto il nome di Dio solo.



THE DONKEY

When fishes flew and forests walked
And figs grew upon thorn,
Some moment when the moon was blood
Then surely I was born;

With monstrous head and sickening cry
And ears like errant wings,
The devil’s walking parody
On all four-footed things.

The tattered outlaw of the earth,
Of ancient crooked will;
Starve, scourge, deride me; I am dumb,
I keep my secret still.

Fools! For I also had my hour;
One far fierce hour and sweet:
There was a shout about my ears,
And palms before my feet.


L’ASINO

Quando i pesci volavano e i boschi marciavano
e i fichi crescevan sul biancospino,
in un momento in cui la luna era di sangue
allor di certo nacqui, me tapino;

con un cranio di mostro e un verso ripugnante
e orecchie come ali erranti e smarrite,
mobile parodia del diavolo di tutte
le cose di quattro piedi fornite.

Il macilento fuorilegge della terra,
dai voleri antichi, storpi e irrequieti;
affamatemi, frustatemi, deridetemi;
sono muto, ma tengo i miei segreti.

Stolti! Perché anch’io ebbi la mia grande ora;
un’ora ardita, e dolcissima, anche:
c’era un gran vociare intorno alle mie orecchie,
e v’eran palme innanzi alle mie zanche.



THE BEATIFIC VISION

Through what fierce incarnations, furled
In fire and darkness, did I go,
Ere I was worthy in the world
To see a dandelion grow?

Well, if in any woes or wars
I bought my naked right to be,
Grew worthy of the grass, nor gave
The wren, my brother, shame for me.

But what shall God not ask of him
In the last time when all is told,
Who saw her stand beside the hearth,
The firelight garbing her in gold?


LA VISIONE BEATIFICA

Per quali fiere incarnazion passai,
di fiamme e tenebre ravvolto e pregno,
pria che di veder crescere nel mondo
un dente di leone fossi degno?

Ebbene, che sia stato in guai o guerre,
il mio diritto ho acquisito a esser vivo,
l’erba ho mertato, né fui di vergogna
pel fratel mio, lo scricciolo, motivo.1

Ma cosa Dio non chiederà a colui,
quando tutto fia detto all’ultim’or,
che star la vide a fianco al focolare,
con l’ignea luce abbigliantela d’òr?


1 – Traduzione congetturale: il significato della strofa non è chiaro. Può forse lasciare perplessi l’attribuzione a Chesterton di un tono così perentorio nel dire «ho meritato», avendo egli insistito tanto a lungo sul fatto della vita come dono gratuito, “debito infinito […] che non può essere ripagato” (San Francesco d’Assisi); non va tuttavia dimenticato che queste sono poesie giovanili, in cui il pensiero dell’autore sta ancora sviluppandosi, e, in particolare, lo scopo di questa è fare un elogio della donna mostrando la relativa inferiorità degli altri beni del creato.

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Questo era un assaggio con le prime dieci poesie della raccolta.
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